Il rinascimento aveva allargato col Ruzante la tematica della materia rurale servendosi del linguaggio dialettale ed aveva portato sulle scene il nuovo personaggio del villano senza insistere sulla sua comicità inridente. La Controriforma preclude la via al personaggio contadino e spiana il terreno all’attore dell’arte, il quale eolie sue improvvisazioni immobilita l’autore e fa trionfare una forma drammatica sostanzialmente inconsistente, ohe tuttavia si mantiene grazie alla comicità artificiosa, alla beffa grossolana, alla satira poco inventiva, ad un linguaggio bizzarro e promiscuo. Ciò denota la profonda crisi della drammaturgia, che si fa ancora più acuta durante il barocco. Michelangelo Buonarroti il Giovane, Carlo Maria Maggi, Carlo Giambattista Tana e Francesco De Lemene cercano una via d’uscita nell’uso alternativo del dialetto e dell’italiano. La maggioranza dei loro personaggi che sfilano sulle scene preferisce esibirsi in lingua vernacolare o popolare, tendenziosamente organizzata e articolata, talché a stento lascia trapelare la componente naturale. Lo sviluppo del gioco scenico è in effetti affidato alla parlata dialettale e i protagonisti si sbizzarriscono verbalmente usando toni e cadenze diverse. Con Maggi e De Lemene i dialetti lombardi entrano nella storia del teatro dialettale. Questa prospettiva apre al vernacolo piemontese il marchese Tana con la commedia II Cont Piolet. 11 conte esprime il suo utilitarismo egoistico alterando il senso delle metafore popolari e servendosi di un linguaggio che pare creato apposta per lui, il cui filone, però, si ricollega alla parlata locale. Comparati a quelli in lingua, i testi teatrali del Seicento scritti in dialetto si presentano più coloriti e più vivaci. Anche se la parola indigena, vernacolare fu ricreata e drammaticamente adattata, essa seppe conservare la freschezza e possiede un certo fascino esotico. Nessuno degli autori dialetteli cullava l’idea di rivolgersi al popolo o di scrivere per esso, eppure tutti approfittarono della naturalezza espressiva del suo parlare. La scalata della commedia dell’arte e del melodramma, accanto ai tentativi dialettali, non potè arrestare l’arte drammatica nel suo cammino involutivo. Bisognava attendere Carlo Goldoni per dare al teatro italiano la spinta decisiva verso il rinnovamento. Il felice esito della riforma bisogna attribuirlo, almeno parzialmente, al proverbiale vitalismo del dialetto veneto.