Disegno, canto, traduzione: per una rilettura dell’opera di Ibrahim Kodra tra Italia e Albania negli anni della Resistenza
DOI:
https://doi.org/10.15291/sponde.5159Parole chiave:
Ibrahim Kodra, Resistenza, Corrente, arte moderna, traduzione culturaleAbstract
L’articolo ricostruisce e interpreta il nucleo di disegni realizzati da Ibrahim Kodra tra il 1944 e il 1945, finora rimasto ai margini della fortuna critica dell’artista, prevalentemente concentrata sulla produzione postcubista del secondo dopoguerra. Muovendo dalla ricognizione del corpus oggi parzialmente ricostruibile attraverso i fogli conservati presso la Fondazione Kodra e il fondo Mario De Micheli del Museo della Permanente di Milano, il saggio adotta una metodologia che intreccia ricostruzione storico-documentaria, analisi formale comparata, lettura filologica delle iscrizioni e attenzione ai processi di trasmissione critica. Ne emerge una vicenda in cui l’arrivo in Italia entro i canali diplomatici del fascismo, il passaggio dall’ambiente romano alla formazione milanese, il clima di Brera e di Corrente, la partecipazione alla Resistenza e il rapporto con l’area albanese e balcanica si sedimentano in un linguaggio che tiene insieme invenzione figurativa e valore documentario. I disegni del biennio resistenziale si distinguono per la centralità del corpo vulnerabile, la frattura della forma, l’uso etico del bianco e nero e la rinuncia a ogni iconografia eroica, entro una più ampia koiné visiva condivisa con alcuni artisti della generazione di Corrente. Di particolare rilievo storiografico è l’iscrizione, sul margine del foglio Le nostre madri (1945), di un canto partigiano in albanese, che permette di leggere l’opera come spazio di interferenza fra immagine, oralità e traduzione. L’indagine segue inoltre la successiva traiettoria di quel frammento: da motivo trasmesso da Radio Belgrado a testo tradotto e reinterpretato da Mario De Micheli, quindi rifunzionalizzato come Canzone del 25 aprile e infine accolto nel repertorio dei Dischi del Sole. In questa prospettiva, il caso Kodra consente di ripensare l’Adriatico come uno spazio di traduzioni culturali e politiche che si compiono per passaggi successivi, secondo una logica di continua riscrittura.



